Un gioco di scomposizioni ed incastri caratterizza l’edificio residenziale-direzionale “Il Castelletto” che si sviluppa longitudinalmente affacciandosi alla strada statale che collega Vicenza a Verona. La tensione controllata, animata dalle coperture curve che quasi si infrangono contro le nuvole, raggiunge il massimo livello nell’estensione verticale di una parte del complesso. Sporgenze, aggetti, rientranze che, unitamente alla sapiente scelta dei materiali, danno forma ed unità all’organismo che “vibra” e si inclina come mosso da una leggera brezza. La trasparenza filtrata dai brise-soleil cementizi del fronte principale e da quelli metallici, che proseguono cingendo tutto il complesso, evidenzia le zone adibite a residenza. Un’intimità giocata sulle diagonali e sulle curve - che “esplodono” nel retro per catturare la luce, contraddicendo il verticalismo delle opposte conclusioni - rende vitali i volumi scanditi dall’inquietudine delle notazioni di falda. La parte pubblica dell’edificio è scandita orrizontalmente da una composizione marmorea bicromatica, interrotta da irregolari e ampie asole che assecondano l’inquieto ondeggiare della copertura. La molteplicità delle soluzioni esterne, che pure collaborano ad un tutt’uno equilibrato, si placa lievemente negli interni, in cui eleganti ed essenziali segni contribuiscono ad organizzare la fruibilità degli spazi.
MOLTEPLICI E INQUIETE EREDITÀ IN TRE ESEMPI
Il Castelletto prende il nome da un edificio caratterizzato dalla scomposizione dei volumi che si riflettono in facciata, un gioco di incastri che allude, oltre che alla lezione di Frank Lloyd Wright, il maestro americano su cui si sono formate intere generazioni di progettisti in tutto il mondo occidentale, ad Hans Scharoun, l’autore degli straordinari disegni concepiti mentre Berlino veniva bombardata. Nel prospetto principale appare nel basamento una sorta di tappeto in Grolla di Chiampo, dotato di sfumature di diverso colore dal noce al miele, e il Verde Alpi che evocano, per la sapienza artigianale, il modo di comporre di Carlo Scarpa, docente a Venezia negli anni in cui studiava Silvano Faresin. La copertura a tetto allude ad un’onda pronta ad infrangersi contro le nuvole mentre il gioco delle pietre nella parte del basamento mostra attenzione verso la bicromia tipica del Romanico, in sintonia con quanto già realizzato nell’intervento per le Cattane o per quello a Viale Medici, a Vicenza - un’opera che risale a vent’anni or sono - dove cambia unicamente la coloritura del cemento. Con questo intervento siamo alla presenza di una momentanea conclusione di esperimenti già condotti in precedenza, per rendere dinamico il prospetto, anche con l’impiego del colore. Il progettista mette in evidenza, con l’uso del marmo, la parte pubblica dell’edificio, in questo caso destinata ad una banca, il Credito Emiliano che nel suo logos porta proprio il colore verde ed il giallo. Nella tradizione del moderno solitamente le scale sono chiuse, nascoste mentre qui appaiono in facciata ad arricchirla con il dinamismo che scaturisce dal salire e dallo scendere; qui, ma anche in altri casi, diventano elementi essenziali nella costruzione, come avviene nel complesso a viale Fusinato, dove sono racchiuse in un cilindro che caratterizza tutto l’intervento. In questo caso le scale paiono fuoriuscire dal volume, rivolte verso il fiume e la ferrovia in modo che, via che si sale, si è in grado di percepire tutta la città. In altri casi ancora la scala rende permeabile l’edificio e permette di vedere oltre, di rompere il volume e la cortina muraria, come in via dei Cappuccini. Qui i balconi hanno un taglio razionalista, evocano quelli disegnati da Adalberto Libera per i villini di Ostia Lido e sono un omaggio alla stagione d’oro del razionalismo italiano, per rendere vivace l’intero prospetto, mentre le chiusure a nido d’ape rinviano a sintagmi espressivi tipici del mondo contadino, come i mandorlati che sembrano trasmigrati da quell’universo per impreziosire l’architettura della città. Si tratta di elementi creati per far filtrare l’aria e la luce nei fienili, qui impiegati con la stessa funziona nelle logge o nelle scale. Giocano sul vedere e non vedere, su una trasparenza che non può essere totale, ma filtrata. Qui appare anche il gioco delle diagonali e delle curve, messaggi inediti nel racconto della città, che allude al desiderio di esplorare altri mondi, mettere in circolazione altri segni per arricchire il contesto. A questo universo appartiene anche la vetrata inclinata che sembra rinviare a quella della Galleria di Stoccarda di James Stirling ed insieme a chiudere una curva che corre all’infinito. La diagonale nasce dalla necessità di fermare l’edificio ed ancorare a terra quella curva mentre la griglia regolatrice dell’ordine compositivo mostra un insieme di curve blande, come corde flessibili, vibranti, che s’intersecano in uno stesso piano di riferimento coincidente con il fronte principale. E’ uno stato di moto, congelato in una virtuale figurazione che potrebbe trovare rimando in una icona classica, a quella collocazione a forma di croce denominata “chiasmo”. Alla mobilità della copertura, tipica del linguaggio di Faresin, che gioca con la regola e la sua eccezione, si aggiunge nei tratti di falda più solleciti alla variazione, l’apertura a ventaglio di due soluzioni angolari tese a visualizzare con forza il movimento peraltro contraddetto dal rigido verticalismo delle opposte conclusioni, che si pone come atto stabilizzante ribadito dalla parete piena seppure frammentata dalle asole. Rinvii ed allusioni di questa complessa movimentazione di linee si riscontrano anche nei prospetti contigui, resi vitali da volumi eterogenei scanditi dall’inquietudine delle notazioni di falda. Vale la pena segnalare l’eleganza degli interni, il loro essere, con segni essenziali già arredati, come nell’attico dove il camino funziona da perno dell’intero appartamento; del resto è nella concezione progettuale del nostro personaggio non limitarsi agli elementi essenziali, ma intervenire anche negli interni con ipotesi di arredo che rendono nel migliore dei modi possibili quegli spazi e quei volumi. Nelle case unifamiliari – penso a quella realizzata per Caoduro, ma anche alla dolce armonia delle case di Via Megiaro – giunge a disegnare mobili assai diversi da quelli presenti nel mercato. In un’ultima chiosa il Castelletto, che potrebbe prestarsi ad infinite analisi, tese a ricondurre alle filiazioni più ardite – tra le quali quella di riconoscervi frammenti di culture esotiche per l’uso insistito della curva, morbidamente distesa su un piano di riferimento orizzontale – si propone con una propria figurazione, distinta dall’inventiva non gratuita che si giustifica per la piena consapevolezza degli strumenti del comporre.
Testo tratto da: L’architettura cronache e storia 583/2004
Pubblicazioni:
L'ARCHITETTURA CRONACHE E STORIA 583/2004
BATTAGLIA S., GABBIANI M., CATALOGO "MOSTRA PREMIO INTERNAZIONALE DEDALO MINOSSE 2004", ARCA EDIZIONI, MILANO, 2004
HASANOVIC A., 2000 ARCHITECTS, IMAGES PUBLISHING, AUSTRALIA, 2006
SAVI V., SILVANO FARESIN. AVVENTURA URBANA, ELECTA, MILANO, 2007