La conquista dell’ingresso alla casa, che è composta anche da un appartamento per il custode, dependance per ospiti e piscina, è l’elemento portante dell’intero impianto planimetrico. Esso è inteso come punto di arrivo, bisogno
ancestrale dell’uomo di aggrapparsi ad una sicurezza.
Edificio completamente rivestito in pietra dei Prelessini “Pria bona”.


IL VERNACOLARE DECOSTRUITO DI SILVANO FARESIN
di Kenneth Frampton

A volte la casa cresce e si espande al punto che, per viverci, è necessaria una maggiore elasticità d’immaginazione, un’immaginazione meno chiaramente delineata.

“La mia casa” scrive Georges Spyridaki, “è diafana, ma non è di vetro. Ricorda, piuttosto, il vapore. Le sue pareti si contraggono e si espandono secondo i miei desideri.
A volte le avvicino a me come una corazza di protezione… Altre volte lascio che le pareti della mia casa si sviluppino all’interno del loro spazio, che è infinitamente estensibile.”

Ad eccezione delle forme di riparo primitive, nella cultura occidentale, la domus sembra dividersi in due modelli categoricamente opposti: da un lato la villa prismatica e simmetrica, affiliata al Classicismo, dall’altro la dimora rurale asimmetrica, di tipo additivo, che consapevolmente emerge nella seconda metà del XIX secolo come principale paradigma domestico delle Arti e Mestieri. In questa concomitante “battaglia di stili”, la scelta delle parti varia in funzione del committente: invariabilmente a favore delle Arti e Mestieri se si tratta del direttore di banca, del Classico se si tratta della banca stessa. Questa scissione gerarchica è presente persino nell’opera non storicista di Frank Lloyd Wright, come dimostra chiaramente lo scisma tra la simmetria monumentale e quadrata del Larkin Building e la pianta “organica”, sempre ortogonale, ma asimmetrica della casa che, nello stesso periodo, Wright realizzò a Buffalo per il proprietario della compagnia.

Nell’evoluzione dell’architettura italiana dopo il 1945, questa divisione assume un carattere marcatamente ideologico, dove il Mediterraneismo della tradizione classica arriva ad essere abiurato in favore di un organicismo affiliato al vernacolare, in un paese che, alla fine della guerra, era ancora largamente agricolo, benché vi fossero precedenti di podere ortogonale organizzato simmetricamente che poco avevano a che fare con l’irregolarità di tipo additivo della casa colonica nordica. Consideriamo Bruno Zevi e la sua autorevole opera proto-democratica Towards an Organic Architecture del 1943, dalla quale molto è derivato, tra cui Casa Guarnieri di Carlo Scarpa del 1949 e la scelta altrettanto neo-wrightiana dell’uso della pietra non squadrata di Leonardo Ricci e Leonardo Savioli dei primi anni ‘50, alla quale Casa Caoduro di Silvano Faresin lontanamente si rifà.

In questa opera è chiaramente presente la tradizione organica postbellica italiana, se non attraverso Ricci e Savioli, inesorabilmente attraverso Scarpa stesso, come dimostra Villa Ottolenghi, ultimata nel 1979 vicino a Verona un anno dopo la sua morte. E anche se un confronto di questo tipo può risultare ovvio, è difficile ignorarne la connessione una volta rilevata la presenza di due tropi separati, e ciononostante comparabili, strettamente interconnessi: in primo luogo la consueta pianta a volo d’aquila irregolare distribuita attorno ad un patio in Villa Ottolenghi e ad un surrogato di patio in Casa Caoduro, in secondo lo sviluppo parallelo di nove pilastri rotondi, relativamente massicci, ubicati in posizione prominente nello spazio interno grandangolare di ciascuna casa. Questi pilastri, realizzati in materiali totalmente diversi –pietra bocciardata in Villa Ottolenghi, mattone riciclato in Casa Caoduro – presentano una rilevanza ritmica misteriosamente simile, fino ad arrivare al punto di determinare il carattere fluido dello spazio interno che si sviluppa, in ciascun caso, con un analogo cambiamento di sezione.
A questo punto, però, cessa ogni similitudine, in quanto mentre Villa Ottolenghi è un labirinto crepuscolare quasi sotterraneo, articolato attorno ad un nucleo cubistico, ad altezza tre-quarti, finito in gesso lucidato, Casa Caoduro abbraccia, in forma decostruita, la tradizione vernacolare, con i suoi pilastri portanti in muratura e le pareti che salgono fino ad accogliere una complessa struttura lignea di travi e arcarecci a sostegno del grande tetto a più falde che copre l’intero spazio.
Questo volume frammentato a piani sfalsati, con la particolare travatura reticolare pseudo-Polonceau al centro dell’area giorno e il suo tetto in legno a più falde non intonacato, è probabilmente, in ultima analisi, tanto labirintico quanto lo è Villa Ottolenghi di Scarpa, in particolare se si considerano gli spazi interconnessi della zona ingresso, soggiorno e pranzo che si incuneano, attraverso scale irregolari e tortuose, nelle “aperture” segrete di un volume apparentemente continuo, dove ogni varco è, in sé, un ampio spazio che ricorda gli “angoli” amati da Bachelard. Dalla quota del soggiorno, salendo pochi gradini, si arriva alla zona occupata dall’ampia camera matrimoniale e dalle tre camere dei figli, tutte dotate di servizi igienici e tutte abilmente affacciate sullo stesso disimpegno. Questa sinuosa infilata che, di fatto, unifica tutto lo spazio interno, è stata definita da Silvano Stucchi continuità disaggregata. Egli scrive:

Tra la camera da pranzo e la zona letto, accessibile direttamente dall’ingresso, si incunea un’altra scala che porta allo studio biblioteca; il calpestio di questo ambiente coincide con la chiusura orizzontale della camera da pranzo di cui ricalca pedissequamente la forma. Lo studio biblioteca è affacciato sul soggiorno che, in quella parte svetta verso la doppia altezza dell’angolo sud est. Oltre questo affaccio interno dispone di una lunga asola aperta all’esterno in corrispondenza dell’uscita, verso il giardino, della camera da pranzo. ….Tutta la composizione dell’involucro è, infatti, giocata sulla continua variazione del succedersi dei pieni e dei vuoti, degli scatti dei volumi, delle spezzate dei coronamenti. Questo esercizio si svolge con perizia, senza creare impressione di casualità o di disordine; il controllo dell’immagine è affidato all’uso di pochi materiali naturali. Con mestiere sapiente i singoli elementi vengono ricuciti in un insieme omogeneo, richiamando con memoria vivida i modelli e le grafie più auliche e suggestive desunte dalle opere dei grandi maestri dell’architettura organica, senza mai scendere nel semplicismo vernacolare.
Si può inoltre notare come la latente l’impronta neo-wrightiana di questa casa sia forse ancora più evidente nella disposizione delle grandi finestre in legno leggero delle principali aree giorno, per non parlare delle finestre ad asola ubicate nella parte alta del soggiorno e della ornamentale linea sincopata, in mattoni a faccia vista, del grande camino che, con la sua pianta triangolare, è il vertice che unifica la massa volumetrica di tutta la casa, sia all’interno che all’esterno. Questo elemento triangolare, che alloggia al suo interno un focolare circolare, si trova nel punto di convergenza delle principali linee regolatrici, che si dipartono dai centri di due dei grossi pilastri, uno situato nel vero “cuore” della casa in corrispondenza del principale cambiamento di quota che separa la zona giorno dalla zona notte, l’altro che fa da schermo all’angolo aperto della camera da letto matrimoniale che si affaccia al centro di un giardino recintato. Da questi fulcri si dipartono traiettorie topografiche, in particolare la piccola vasca che riflette il grande camino che, con pianta angolare, indica vagamente in direzione della piscina a forma d’ameba nel giardino.

Questo elemento acquoso dinamico, insieme alla spinta verticale del camino, accompagna il viale d’ingresso alla casa e nel contempo scherma parzialmente la zona dell’ingresso oltre il recinto del giardino giapponese. Una cascata di piante ricopre questo muro, così come gli alti muri divisori del corpo principale della casa, richiamando, ancora una volta, la scelta di Scarpa di incorporare la natura negli interstizi della sua architettura.

La forma topografica movimentata della casa è ulteriormente attivata dal viale d’accesso, che scivola dietro lo sfacettato prospetto laterale e ingegnosamente accompagna ad un garage per quattro vetture costruito nella volta sotterranea della casa, schermato dal sole da una pergola aperta in legno. Da questo lato si dipartono discreti vialetti pedonali che conducono alla piscina all’aperto e al retro della dependance per gli ospiti, con una zona d’intrattenimento, gli spogliatoi e la scala a chiocciola che porta alle camere da letto al piano superiore. Questa dependance, come l’architetto ama definirla, è dipendente nel verso senso del termine, in quanto la sua forma semplificata e la limitata scelta di materiali non possono in alcun modo competere con la monumentalità dinamica della casa.

Si ha la sensazione che Faresin abbia messo tutto sé stesso in quest’opera, che è in larga misura da ritenersi la sua attuale interpretazione monografica. Si sente che, in qualche modo, essa rappresenta il culmine di una tematica che è andata costruendosi durante la sua trentennale attività, dagli studi iniziali a Venezia con Giuseppe Mazzariol e Carlo Scarpa, alle transitorie digressioni, strutturalmente razionaliste, con l’uso del mattone associato ad episodi didatticamente tettonici in acciaio strutturale. Dove dovrebbero esattamente portare questi tetti in tegole, a più falde, abilmente confluenti e queste monumentali pareti in pietra non squadrata, elegantemente sfaccettate, non è, forse, del tutto chiaro. E’ la fine di una lunga strada organica dove la poesis irregolare, sapientemente realizzata, del vernacolare Veneto è stata finalmente “decostruita” una volta per sempre, o è forse il momento di portare questa sintassi ad un livello di risoluzione più semplice, più denso, più fenomenologico, meno romantico? Una domanda alla quale, inutile dirlo, nessuno, ad eccezione dell’architetto stesso, è in grado di trovare risposta.

Testo tratto da: Casa Caoduro, Skira, 2002


Pubblicazioni:

L’ARCHITETTURA CRONACHE E STORIA 464/1994

L’INDUSTRIA DELLE COSTRUZIONI 282/1995

PARAMETRO 204/1994

VILLE GIARDINI 306/1995 -310/1996 -388/2003

CONTROSPAZIO 2/1997

FRAMPTON K., CAPPELLATO G., PISANI M., SILVANO FARESIN. CASA CAODURO, SKIRA, MILANO, 2002

GAZZOLLA L., LIN-AN L., MANDOLESI D., 100 ITALIAN ARCHITECTS AND THEIR WORKS, CHINA ARCHITECTURE & BUILDING PRESS, BEIJING, 2002

HASANOVIC A., 2000 ARCHITECTS, IMAGES PUBLISHING, AUSTRALIA, 2006

SAVI V., SILVANO FARESIN. AVVENTURA URBANA, ELECTA, MILANO, 2007